Ancora tu. Baglioni al Teatro Greco di Siracusa.

🎶Poesia, poesia.

🎶Poesia, poesia.

Claudio al Teatro Greco è la nemesi della musica leggera italiana, dei suoi personaggi, delle sue contraddizioni.
Il ragazzo di Montesacro, il settantunenne che salta e balla sul proscenio calcato da decine di Agamennone e Edipo, trionfa con le “canzonette” davanti al proprio pubblico, osannante e in preda alla visione estatica dell’Artista intergenerazionale per antonomasia.
Appena dopo l’imbrunire, quando il cielo sporca di rosso sangue la pietra bianca, compaiono il Coro, l’orchestra, i figuranti, le maschere, raccolti intorno al deus ex machina.
Uno spettacolo a metà fra rito orgiastico e cerimonia di ringraziamento agli dei della musica, officiata da un sacerdote autorevole, incanutito e magnetico.
È solo l’ennesimo concerto di Claudio Baglioni, con il volto sempre più solcato da rughe splendide e profonde; ma nel suo macrocosmo artistico Lui è già mito e i segni del tempo spariscono, persino nella carnale umanità di qualche nota impazzita, afferrata al volo da decine di vestali che ne attutiscono sapientemente le disarmonie.
Le magliette fini, la guerra di Trilussa, gli amori in riva al mare con le Lambretta, gli uomini persi e le ragazze dell’Est: Claudio ha volteggiato fra sentimento e impegno con incollato addosso il pregiudizio dei critici cantautorali, quelli che persino Guccini canzonava avvelenato per la loro cupa e snobistica alterigia.
Loro scribacchiano sentenze su improbabili testate, Lui riempie i Palazzetti e vìola la sacralità dei Teatri dell’antichità, muovendo da Siracusa a Verona come un imperatore della musica leggera trasportato da bighe alimentate ad idrogeno.
L’Orchestra di 123 musicisti, il Coro (l’Orchestra Italiana del Cinema, diretta dal Maestro Danilo Minotti), decine di performer classici e moderni, a sorreggere tre ore, tre, di spettacolo, senza una pausa, con i monologhi misurati di un mattatore insolitamente sintetico, quasi preoccupato di voler rispettare la sacralità del luoghi e la bellezza dei silenzi e delle pause.
Come a Caracalla, come all’Arena, come nei Teatri Lirici, come negli stadi, nei quali ha promesso di tornare a condizione di avere un progetto artistico che prescinda da Baglioni.
Come se fosse possibile prescindere da Baglioni.
Le migliaia di mani alzate delle due tappe siracusane sono un’invocazione all’eterno ritorno nicciano: e lo leggi in quegli occhi umidi di nostalgia e incanto quanto l’artista sia, per ciascuno di questi quaranta, cinquanta, sessantenni, più un Virgilio che ne ha segnato i passaggi dai mille inferni e dai paradisi idealizzati della vita quotidiana che un cantante.
Un traghettatore di anime, in servizio da più di cinquant’anni.
Giacca bianca, eterea, per la passerella finale che chiude lo spettacolo, senza bis (ci mancherebbe pure), dopo aver esorcizzato il tempo che passa con “La vita è adesso”: un auspicio, un mantra, oltre ogni ragionevole certezza.
Baglioni si confonde con le luci dei riflettori, la pietra bianca di Siracusa e la coreografia digitale; e ci ricorda che in fondo, qui come nella vita, non siamo altro che, al contempo, attori e spettatori.

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