Anche le belve muoiono

È morto Totò.

La “belva”, il Capo dei Capi, il misterioso mito di un contadino tracagnotto e ignorante, tanto feroce e cinico da aver trasformato la schifosa mafia delle vecchie famiglie palermitane in una struttura ancora più violenta e senza regole, fra stragi di uomini dello Stato e bambini sciolti nell’acido.

Totò muore e il sentimento diffuso, persino comprensibile, è quello del desiderio di profanazione del cadavere, della vendetta, degli sputi sulle carni in decomposizione.

A cosa servirebbe tutto questo?

A nulla, se non ad avvicinarci ai metodi della belva, a farci del tutto simili in brutalità e disumanità a questi rifiuti della società.

Totò è già morto nel 1993, quando gli uomini del Capitano Ultimo poggiarono su di lui le insegne dei Carabinieri, ne spensero il sorriso da iena con le urla soddisfatte di gente che non dormiva più la notte per stringere il cerchio e catturarlo.

Totò è finito nel buco nero del 41 bis, nell’oblio della marginalità, nel luogo non luogo dove Totò u curtu è solo un pezzo di carne malata senza più il mantello di immortalità del potere.

A Giovanni, Paolo, al piccolo Di Matteo non servono nuove belve pronte ad accanirsi sul cadavere di una bestia che non può difendersi, quanto piuttosto che si cementi presto la bara e si chiuda dentro il mito, “umanizzato” dalla livella della morte.

I capi mafiosi, come i picciotti, da oggi sanno che anche gli animali più feroci, una volta catturati, muoiono dentro un buco e non parlano più neppure con gli occhi.

Addio, Totò. Non ci mancherai.

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