In lode di Starbucks

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Indignati, indignati dappertutto.

Starbucks sbarca a Milano e a Roma, solleticando l’orgoglio nazionale “a rate” di parte degli Italiani, subito pronti a disotterrare l’ascia di guerra, ma solo quando si parla di sciocchezze.

A Milano, ca va sans dire, zero problemi: il caffè a quelle latitudini fa già abbastanza schifo, per cui l’argomento qualità del prezioso liquido non fa presa. E poi, “quelli” se ne strafregano dell’autarchia della tazzina, viaggiano veloci, pensano veloce, guardano oltre e non hanno pietre antiche sulle quali costruire alibi di un passato da difendere.

Starbucks a Roma (ne apriranno due, uno a Piazza di Spagna e uno a Termini), invece, “che orrore” (cit.).

E certo, vuoi mettere le centinaia di bar della Capitale, molti dei quali Caracas style, dove il caffè non è indimenticabile, ma il barista ti dà del “tu” senza aver fatto il servizio militare con te e ti parla della Roma e della Lazio anche se non glielo hai chiesto? Vuoi mettere Starbucks (o la multinazionale del vattelapesca) con i bar del centro, quelli per i turisti, quelli dentro la libreria strafiga in Galleria, dove per mettere sotto carica un telefonino o un IPad, lavorare, chattare, connettersi, devi prostituire la tua intelligenza fra prese divelte, Wi-Fi di merda, Pos che non funzionano, camerieri che sbuffano a fronte di 12 euro per due The e due biscottoni? Non c’è paragone.

Vade retro, Starbucks!

Noi ci abbiamo il mare, il sole, il Colosseo, Marco Aurelio, il Cuppolone, voi solo il caffè slavato americano, il Frappuccino, i tavoli ai quali ti siedi, consumi, lavori, ti connetti, ricarichi il Pc. Come in qualsiasi, odiosa, capitale europea.

Non ci avrete mai, maledetti epigoni dello Stato Imperialista delle Multinazionali.

Roma è passato, tradizione, caffè buono come a Napoli, tazzine che ti ustionano le dita.

Quello che si fatica a capire è chi obblighi milioni di Romani a frequentare Starbucks, chi li obblighi a bere caffè americano, chi li obblighi a non continuare a frequentare il loro barista preferito. Nessuno, ma a queste latitudini non amiamo la competizione, la nostra tradizione la preferiamo imbalsamata e “musealizzata”, per evitare che il nemico incrini le nostre incrollabili certezze.

All’ansia del futuro rispondiamo con la retorica del passato.

Ecco. A che ora partirà il prossimo Frecciarossa per Milano?

 

 

 

 

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