Chi ha paura di Starbucks?

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Indignati, indignati dappertutto.

Starbucks sbarca a Milano e (prossimamente) a Roma, solleticando l’orgoglio nazionale “a rate” di parte degli Italiani, subito pronti a disotterrare l’ascia di guerra, ma solo quando si parla di sciocchezze.

A Milano, ca va sans dire, zero problemi: il caffè a quelle latitudini fa già abbastanza schifo, oltre ad essere inspiegabilmente caro, per cui l’argomento “qualità” del prezioso liquido non fa presa. E poi, “quelli” se ne strafregano dell’autarchia della tazzina: viaggiano veloci, pensano veloce, guardano oltre e non hanno pietre antiche sulle quali costruire alibi di un passato da difendere.

In queste ore migliaia di autarchici sventolano tazzine tricolori come se fosse antani, rispolverando battagliole anni ’80-’90 che sono pura archeologia della difesa della identità nazionale.

Adesso il problema sarebbe il caffè di Starbucks?

Non bevetelo, come fanno milioni di avventori nel mondo che scaldano le mani con una qualsiasi bevanda bollente mentre smanettano sui loro palmari, lavorando protetti da una connessione stabile e da prese elettriche (ohibò) in bella vista.

Per tutti gli altri, c’è sempre il caffè sotto casa, anche quello con le macchine sporche che ti serve la ciofeca nella nerboruta tazzullella Made in Italy.

Il vero dramma nazionale sarà, invece, l’apertura di Starbucks a Roma (ne prevedono due, uno a Piazza di Spagna e uno a Termini).

“Che orrore” (cit.).

E certo, vuoi mettere le centinaia di bar della Capitale, molti dei quali Caracas style, dove il caffè non è indimenticabile, ma il barista ti dà del “tu” senza aver fatto il servizio militare con te e ti parla della Roma e della Lazio anche se non glielo hai chiesto? Vuoi mettere Starbucks (o la multinazionale del vattelapesca) con i bar del centro, quelli per i turisti, quelli dentro la libreria strafiga in Galleria, dove per mettere sotto carica un telefonino o un IPad, lavorare, chattare, connettersi (e lo so, è una fissazione, ma mica tutti possono timbrare un cartellino al Comune), devi prostituire la tua intelligenza fra prese divelte, Wi-Fi di merda, Pos che non funzionano, camerieri che sbuffano a fronte di 12 euro, dodici, per due Tè e due biscottoni? Non c’è paragone.

Vade retro, Starbucks!

Noi ci abbiamo il mare, il sole, il Colosseo, Marco Aurelio, il Cuppolone, le piantagioni di caffè, voi solo il caffè slavato americano, il Frappuccino, i tavoli ai quali ti siedi, consumi, lavori, ti connetti, ricarichi il Pc. Come in qualsiasi, odiosa, capitale europea o mondiale, con o senza StelleStrisce.

Non ci avrete mai, maledetti epigoni dello Stato Imperialista delle Multinazionali.

Quello che si fatica a capire, al netto dell’ironia, è chi obblighi milioni di Romani (e di Italiani) a frequentare Starbucks, chi li obblighi a bere caffè americano, chi li obblighi a non continuare a frequentare il loro barista preferito.

Nessuno, ma a queste latitudini non amiamo la competizione, la nostra tradizione la preferiamo imbalsamata e “musealizzata”, protetta, statalizzata, per evitare che il nemico incrini le nostre incrollabili certezze.

All’ansia del futuro rispondiamo, eroicamente, con la retorica del passato.

Ecco.

A che ora partirà il prossimo Frecciarossa per Milano?

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