La mafia e i suoi fratelli

Il Comune sciolto per mafia e il suo Sindaco decaduto, insieme al Consiglio Comunale.

Uno tsunami, ma annunciato da parecchie scosse di terremoto.

Come nel 1991, a personaggi invertiti.

Anzi no.

In realtà i protagonisti sono sempre loro: Di Guardo e la mafia, quella vera che fa gli affari e che trova il modo di insinuarsi nei gangli vitali dell’amministrazione della cosa pubblica, e quella di cartone, da usare come immaginetta, come grimaldello per trovare un comodo posticino nel salotto buono dell’antimafia.

Arriva un decreto, come nel 1991, a dire che ci sono state “accertate infiltrazioni da parte della locale criminalità organizzata”, ma stavolta non scorgiamo le telecamere di Samarcanda davanti alla Chiesa Madre e neppure il fantasma di Giorgio Bocca a fare da spalla a un novello Masaniello. Scorgiamo nani (politici) e ballerine in abiti carnascialeschi, qualche avvocato delle cause perse, impegnato a difendere se stesso e la propria coscienza, tanti cittadini stanchi, in bilico fra il sorpreso e il rassegnato.

Nino e la mafia.

In fondo, paradossalmente, è una storia d’amore, cominciata proprio nel 1991.

Nino dice di combatterla, scrive libri, passa dalle austere stanze del potere dentro le quali discuteva con Paolo Arena di assessorati e compromesso storico, di discariche e depuratori consortili, alle “barricate” della piazza antimafia.

Con disinvoltura, senza mai un tentennamento, con la faccia tosta del campagnolo “scarpe grosse e cervello fino”, con l’arroganza e la spocchia che rappresenteranno, fino al comunicato di stasera, col morto in casa, il marchio di fabbrica di casa Di Guardo.

Col cadavere caldo Nino, di fatto, ribalta su Prefetto e Ministro (Lamorgese, non Salvini) l’accusa di voler fare il gioco della mafia.

Per Di Guardo, ad interpretare il suo sfogo, il Prefetto Sammartino è un fiancheggiatore che obbedisce alle logiche del potere mafioso.

Arrogante e spocchioso fino alla fine, con l’aggravante della cattiveria congenita.

La sua casa è stato il Comune, la casa comunale: quella con le “pareti di cristallo”, a detta sua, quella di amministrazioni nelle quali nessuno ha mai deciso nulla, a parte Lui, il massaro, lo yin e lo yang, l’alfa e l’omega, quello che respira bene solo dentro la stanza da Sindaco, come il pesce dentro l’acqua.

Nino fa tutto, da sempre, maggioranza e opposizione, approfittando dei bisogni elementari di alcuni occasionali oppositori e mangiando, come Crono, i propri figli, per non lasciare discendenza e interrompere la linea di sangue.

Il fatto di aver fatto il Sindaco di un Comune sciolto per infiltrazioni mafiose, accertate, non comporta la “punciuta” del Primo Cittadino, ma ne certifica indiscutibilmente la mancanza di scrupoli, la deliberata volontà di vigilare a intermittenza, di scegliere amici e alleati per propria convenienza e ritorno elettorale e certo non per il bene del paese, oppure chiedendo loro pedigree e fedina penale.

Amici veri, come finti amici in odore di sciacallaggio, si affrettano ad affidare ai social la loro incrollabile certezza sull’onestà del Sindaco sciolto per accertate infiltrazioni della locale criminalità organizzata.

Bravi, bravi, è bello avere degli amici ed essere garantisti, anche se sempre e solo con gli amici.

Eppure dovreste sapere che ci sono mille modi per essere mafiosi, come ce ne sono almeno altri mille per non esserle nemici: basta non vedere quando si dovrebbe, lasciare agli altri i lavori sporchi, farsi le regole proprie per essere certi di non violarle mai.

A volte non è necessario essere mafiosi per essere responsabili dell’ennesima pagina vergognosa della storia di Misterbianco. Basta credere di essere onnipotenti ed immortali.

Per ritrovarsi, giustamente, nel fango e coperti d’infamia.

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