Il 10 febbraio che non esiste: Ricordo, amnesie, muri ideologici.

Foiba_di_Basovizza-ph-Dans-Wiki-845x522Il 10 febbraio non esiste.

Non esiste nella memoria collettiva e condivisa di un Popolo, quello italiano, abbeverato a decenni di scontro ideologico, di dopoguerra, di muri eretti a difesa di ortodossie vecchie e nuove. A nulla è servito il “mea culpa” di Napolitano o Luciano Violante, che ammisero come sulle tragiche vicende del confine orientale fosse calata una cappa ideologica assurda, insensata, figlia di una guerra civile mai terminata che precipitava nella stessa foiba colpevoli e innocenti, fascisti e non fascisti, insegnanti, preti, operai, donne, bambini. Italiani, insomma.

Oggi il 10 febbraio è una ricorrenza divisa a metà, una cesura, un fastidio, un accidente della storia per alcuni, un baluardo identitario per altri.

E così non serve a nulla.

Doveva essere identità condivisa, un “anacronistico” tricolore da issare orgogliosamente in mezzo alle bandiere di Stati oppressori che giocavano con l’italianità di Pola, di Fiume, di Trieste; un modo per riaprire i libri di storia, scrivere le parti mancanti e richiuderli, senza necessariamente “riabilitare” o “revisionare”. Sarebbe bastato raccontare, tutto e bene, aprire persino gli archivi degli Istituti storici della Resistenza, dove si sa tutto dei crimini di Tito e della pulizia etnica; sarebbe bastato prendere atto di come il partito Comunista “accogliesse” i profughi, ironico paradosso della storia, provenienti da Istria, Fiume e Dalmazia, fra sputi, insulti, minacce di scioperi operai. Niente di tutto questo. L’Italia è quella delle eterne dicotomie, fascismo/antifascismo, destra/sinistra, buoni/cattivi, bianco/nero, dove ogni tentativo di verità storica, ogni sforzo di riconciliazione, viene vanificato dalla comodità del cantuccio ideologico, quello nel quale invitare uno slavo revisionista a parlare di foibe (negandone l’esistenza) non produce lo stesso schifo di chi neghi l’esistenza delle camere a gas. Come se il problema fosse il numero dei morti, la tecnica di esecuzione, il capello da spaccare in quattro per dimostrare che il mio aguzzino lo fosse meno del tuo. E come tutte le volte che la storia italiana ha riproposto il derby ideologico e il giochetto degli opposti estremismi, gli Italiani che non amano scegliere (la maggioranza) tornano a farsi i fatti propri, a cominciare dai tanti maestri, presidi e professori che ignorano le circolari sul 10 febbraio.

Una ricorrenza che doveva appartenere agli Italiani, appaltata ai “necrofili della storia”, “buoni” e “cattivi”, bianchi, rossi o neri, per farne un fatto che interessa a pochi, per poterla semplicemente ricacciare nell’oblio, occultarla, infoibarla.

E intanto quei morti non trovano pace, fra cortei e fiaccolate sempre meno spontanei, stanchezza e rassegnazione, campagne elettorali incombenti che edulcorano ancora di più l’esigenza di verità storica.

Cosa ci resta di quella memoria?

Ci restano le pietre, quelle che parlano italiano, una passeggiata alla Foiba di Basovizza e un fiore da lasciare su quella lapide, l’Arena di Pola, il Magazzino 18, una pubblicistica tanto infinita quanto incredibilmente clandestina, tante storie da raccontare ai nostri figli, il “rumore del silenzio” da sussurrare alla nostra labile memoria.

Tutto è migliore di questa giornata nazionale violata, sopportata, derisa dai peggiori, persino la dimensione privata e intima del ricordo.

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